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CULTURA E TURISMO

CULTURA E TURISMO

La produzione della calce

Le zone del territorio nurallaese, dove era maggiormente abbondante il calcare, erano ''Padenti'' e ''Su Taccù''. Quest'ultima località forniva il calcare più adatto alla costruzione delle abitazioni.

Si racconta che la calce veniva prodotta a Nurallao sino dal secolo scorso e che tale lavorazione è iniziata in zona ''Mindas'' ad opera di tale ''Maist' Efis'' (Maestro Efisio), di professione ''piccaparderi'' (muratore), che proveniva da Cagliari. Questi ha tramandato il mestiere ai figli, quindi ad altre persone del paese e, in ultimo, tale tradizione è rimasta alla famiglia di ''ziu Antoixeddu Podda''. La calce prodotta veniva venduta in tutta la zona e persino verso Cagliari e Oristano, in minima parte, invece, a Nurallao.

Il lavoro di costruzione della fornace era opera del ''craccinaiu'' (calcinaio) coadiuvato da altre cinque o sei persone.

La fornace aveva forma tronco - conica, con la parte superiore, ''su cuccuru'', formata da pietre di calce più piccole e ricoperta da uno strato di calce impastata per impedire la dispersione del calore interno al forno. La costruzione aveva un'altezza di circa 4 - 5 m. ed una larghezza di 3 - 4 m. Nella base del forno veniva praticato uno scavo, ''su forreddu'', di 50 - 60 cm. di profondità, così da depositarvi la legna da ardere. Al di sopra del ''forreddu'' c'era ''su banghettoni'', vale a dire una sorta di piano d'appoggio, dello spessore di 20 cm., formato da pietre calcaree disposte in modo tale da lasciare degli spazi, ''is fogunittus'', attraverso i quali passava il calore del fuoco. ''Su forru'' (il forno) veniva riempito completamente di pietra calcare, sistemando le più grandi al centro e le più piccole tutt'attorno, dove arrivava meno calore. Per riempire il forno di calcare, si abbatteva la parte frontale, che veniva richiusa con lo stesso materiale, quando il carico era completo, usando però nuovamente pietre di grosse dimensioni. Si lasciava soltanto ''sa 'ucca de su forru'' (la bocca del forno), che aveva forma rettangolare ed era alta circa 70 cm., attraverso la quale s'introduceva la legna da bruciare.

Per accendere la legna depositata all'ìnterno del forno, si era soliti appiccare il fuoco ad una ''mannuga'' (un piccolo fascio di rami secchi) che veniva buttata all'interno. Il lavoro di estrazione del calcare era opera degli adulti, che, usavano ''su piccu'' (il piccone), mentre per il trasporto venivano utilizzati ragazzi e donne che portavano il materiale con delle ''coffas'' (cesti). ''Is mureras'' (le pietre più pesanti) venivano, invece, trasportate dagli adulti, col carro a buoi quando il materiale estratto si trovava distante dalla fornace. Sino a 60 anni fa, la paga per i ragazzi e le donne era di circa due lire, mentre gli uomini ricevevano 4 - 5 lire.

Per alimentare il fuoco della fornace, che sfornasse una quantità di 70 - 80 tonnellate di calce, occorrevano almeno 6-700 grossi fasci di legna. Per la cottura bisognava aspettare 7 - 8 giorni, col fuoco alimentato giorno e notte, salvo i momenti in cui si dovevano spargere le braci tutt'attorno alla base del forno.

Gli strumenti usati nella produzione della calce erano: ''su piccu'' (il piccone); ''sa badilla'' (la pala); ''su pallankinu'' (il palanchino); ''sa massetta'' (la mazza); ''sa pallita'' (la cazzuola); ''sa moriga'' (strumento di ferro, lungo 5 m., serviva per spargere uniformemente le braci); ''sa frucidda'' (un forcone, lungo circa m. 2,50, in legno, oppure con il manico in legno e la biforcazione in ferro); ''su cancarroni'' (un bastone in legno con, all'estremítà, un gancio in ferro che serviva per agganciare e trasportare i fasci di legna sino a '' su tipu '', cioè allo spiazzo vicino al forno); ''sa cavuna '' (la roncola), '' is fustis de palla ''(i bastoni da spalla, che servivano per trasportare a spalla i fasci di legna), ''sa lurita'' (una corda di pelle che serviva per legare i fasci di legna).

L'avvenuta cottura del calcare la si deduceva, in particolare, dall'abbassamento di ''su cuccuru''.

Per la produzione di un forno di calce occorrevano, minimo, 6 persone: iniziavano tre persone, per quattro ore, e quindi subentravano le altre tre sempre per quattro ore di lavoro. Uno metteva la legna, con ''sa frucidda'', dentro il forno; l'altro, ''su piantoni'' (il piantone), prendeva la legna, che si trovava nello spiazzo antistante il forno, e la depositava presso la bocca del forno; il terzo trasportava la legna, con ''su cancarroni'', da un piazzale più ampio allo spiazzo antistante il forno. Il più esperto, ''su craccinaiu'' (il calcinaio), spargeva in modo uniforme le braci dentro il forno.

La calce si estraeva, inizialmente, da ''su cuccuru'' con il piccone, poiché durante la combustione le pietre si attaccavano. La prima operazione consisteva nel togliere, dalle parte superiore della fornace, ''s'incroxia'' (la copertura, cioè l'impasto di calce). Una volta spento il forno bisognava lasciarlo uno o due giorni a raffreddare. Tolte le pietre dalla cupola, si passava a vuotare il forno operando la demolizione di una parete della fornace. Tutto questo lavoro veniva effettuato con le mani. Se la calce doveva essere trasportata nei paesi del circondario si usava il carro a buoi; se, invece, era destinata a località molto distanti, il trasporto avveniva tramite la ferrovia.

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